⭐ Editore: Marcos y Marcos ⭐ Collana: Alianti ⭐ Genere: Narrativa ⭐Pubblicazione: 25/10/2012 ⭐Numero di pagine: 288 ⭐Cod.EAN: 9788871686301 ⭐Prezzo di listino: 16 € ⭐Lingua: Italiano

Fiabe della buonanotte: FIABE AL CONTRARIO: Pollicione

Fiabe della buonanotte!

Quando arriva il momento di mettere a nanna i vostri bambini, si tenta qualunque cosa. C’è chi li fa giocare, chi li coccola con un lungo bagnetto.  Altri invece provano a tenerli in braccio, a cullarli fino a che non chiudono gli occhietti, o c’è chi usa metodi alternativi come le tisane nel biberon, o cose simili. Ogni giorno si segue un lento rituale in modo da creare un’abitudine o una situazione di relax.

Spesso e volentieri però, questi metodi falliscono tutti, o quasi. I bambini ne sanno una più del diavolo e quando arriva è il momento di dormire se ne inventano di tutti i colori.

Quindi cosa fare prima della nanna, giocare o leggere?In una parola? LEGGERE DELLE FIABE DELLA BUONANOTTE!

FIABE AL CONTRARIO:

 

 

POLLICIONE

 

C’erano una volta una contessa e un conte che vivevano in una grande reggia con il loro unico figlio. Da mattina a sera cercavano di dare al bimbo tutto quello che voleva purché se ne stesse tranquillo nelle sue stanze e non desse troppo fastidio. La maggior parte delle volte però il piccolo era infelice e annoiato. Solo quando mangiava sembrava un pochino contento. Allora i genitori gli davano da mangiare qualunque cosa e a qualsiasi ora. Più il figlio mangiava e più voleva cibo, e nonostante avesse ancora pochi anni, cresceva a vista d’occhio.

Aveva grosse braccia e grosse gambe, la testa larga e un panciotto sporgente.

Per questo venne soprannominato Pollicione.

Raramente i suoi genitori passavano del tempo con lui. Di solito Pollicione se ne stava nelle cucine del castello a guardare la servitù cucinare. Così facendo, otteneva del mangiare extra prima del pranzo e prima di cena. Bastava che desse l’ordine di ricevere un cosciotto di pollo e subito le cuoche di affrettavano a prepararlo. A volte non aveva nemmeno fame, dava ordini alle cuoche solo perché si divertiva a vederle correre di qua e di là.

Quell’estate il raccolto nei campi di grano della contea fu straordinario. Mai ci fu un’annata tanto ricca e tanto generosa! Le cucine della reggia lavoravano giorno e notte per produrre cibarie di ogni tipo: panini all’olio, al latte, focaccine, bocconcini, anche panettoni, panini all’uvetta e moltissimo altro ancora. Anche se il panciotto di Pollicione non finiva mai di riempirsi, da qualche giorno però non riusciva più a terminare tutto quello che veniva messo in tavola.

«Questo sì che è un bel problema!» disse la contessa «A chi daremo tutto quel cibo?»

«Orsù, ma è semplice,» rispose il conte «faremo portare dalla servitù dei panieri nel bosco, così quello che avanza potrà essere donato a chi ne ha bisogno».

Pollicione, che come al solito si annoiava, nel sentir dire che il suo cibo avrebbe potuto essere dato a qualcun altro, si fece avanti e ordinò al padre di far andare lui a portare gli avanzi nel bosco. Il conte accettò immediatamente perché non voleva vedere Pollicione infelice e in più voleva starsene un po’ tranquillo senza il marmocchio in giro per il castello.

Pollicione raccolse i tre panieri pieni di ogni leccornia e tutto tronfio uscì dalla maestosa reggia dicendo che sarebbe tornato appena le ceste fossero risultate vuote.

«Che sciocchi i miei genitori» si disse «davvero pensavano che avrei dato tutto questo mangiare ai poveri?»

Senza fretta si recò nel bosco, una radura non molto distante dal castello. Appena fu abbastanza lontano e al riparo da occhi indiscreti, infilò una mano sotto il panno e tirò fuori una pagnotta soffice soffice. A dire il vero Pollicione non aveva molta fame perché prima di uscire aveva mangiato quattro ciambelle alla crema, un petto d’anatra, otto focaccine e svuotato con un solo sorso due bicchieri di latte fresco.

Allora diede un morso alla pagnotta e poi la lanciò dietro di sé facendola rotolare alle sue spalle. Medesima sorte capitò al contenuto degli altri panieri, un morso e poi via per terra. Ben presto Pollicione seminò tutti i sentieri di panini, pagnotte e altro ancora. Una volta terminato il suo “lavoro” tornò indietro.

«Oh, il mio Pollicione!» disse soddisfatta la sua mamma, «Chissà che fatica e chissà quanta gente avrai reso felice consegnando quel cibo!»

Pollicione non capiva bene perché sua mamma fosse così contenta: non aveva fatto nessuno sforzo.

«Bravo figliolo» disse il padre «e ora, per farti felice, ti regaleremo un cavallo bianco, il miglior cavallo della contea!»

Pollicione fece un’alzata di spalle, odiava i cavalli, e disse di essere molto stanco. D’altronde non era abituato a camminare così tanto e quella sera si addormentò immediatamente. Il giorno seguente erano avanzate ancora tante cibarie e così Pollicione venne di nuovo arruolato. Lui però non aveva voglia di tornare nel bosco, anzi, si era così annoiato a spargere il mangiare per tutta la foresta che pensò:

«Questa volta nascondo tutto dentro il tronco di un albero così non dovrò camminare e mi sbrigherò in fretta».

E così fece, camminò tra gli alberi del bosco e gira che ti rigira, il tempo passò e Pollicione finalmente trovò il giusto nascondiglio.

«Ora posso liberarmi di tutta questa inutile zavorra!»

Lanciò di fretta e furia i panieri e in quattro e quattr’otto si mise in cammino per tornare alla reggia. Dopo qualche passo si rese conto di essersi perso. Aveva girovagato troppo per la foresta e non sapeva più trovare la strada di casa. L’altra brutta notizia era che il suo stomaco stava cominciando a brontolare. A un certo punto trovò dei pezzi di pane per terra. La fortuna era tornata dalla sua parte, ma durò poco perché nel giro di qualche passo le tracce sparirono nel nulla.

«Chi ha mangiato il pane che ho buttato ieri per terra? Chi ha osato? Era mio! E ora ho fame e non ho niente da mangiare e in più mi sono perso. Che pomeriggio terribile».

E come se non bastasse, era una giornata calda e afosa e Pollicione non aveva con sé nemmeno un gocciolino d’acqua.

«Dovrò cercare subito da bere o morirò qui nel bosco, ma ho fame, sono stanco e ho mal di gambe!»

Pollicione allora fece una cosa che non aveva mai fatto: pianse. Il suo pianto fu così forte e acuto che si diffuse per tutta la foresta. Un lieve sibilo entrò addirittura dalle finestre di una piccola capanna che si trovava non molto distante da lì.

«Chi è che piange in questo modo?» disse un orco che viveva in quella capanna insieme alla moglie e alla loro figlia. «Questo pianto è terribile, bisogna fare assolutamente qualcosa».

L’orco uscì e poco dopo trovò Pollicione per terra in mezzo a un mare di lacrime.

«Oh, povero bambino, perché piangi?» chiese l’orco.

«Perché ho sete», rispose Pollicione asciugandosi gli occhi «e mi sono perso».

«Come ti chiami?»

«Tutti mi chiamano Pollicione».

«Vieni con me» disse l’orco «non abbiamo molto nella nostra capanna ma di acqua sì, ce n’è».

Pollicione non ci pensò su un attimo, si alzò in piedi pronto a seguire quell’orco ovunque pur di avere da bere. Certo, l’orco non aveva un aspetto rassicurante. Indossava una maglia logora e sporca. I pantaloni avevano delle toppe sulle ginocchia e sul sedere. Inoltre emanava un odore poco gradevole. Pollicione cercò di non farci troppo caso mentre camminava dietro di lui.

Il sole stava tramontando quando arrivarono alla capanna. Una luce fioca penetrava dalle assi di legno, l’orco aprì la porta e disse:

«Prego, entra».

Pollicione si guardò intorno. A un tratto si ricordò che gli orchi sono delle bestie affamate che mangiano i bambini.

«Grazie, ma ora devo andare».

«Entra ti prego, ti darò dell’acqua se è quello che vuoi».

«No, no, non ho più sete, lo giuro».

Tra i due calò per un attimo il silenzio. E proprio in quel momento lo stomaco di Pollicione fece un gorgoglio fortissimo.

«Stai morendo di fame!» disse improvvisamente la moglie dell’orco che si era affacciata alla finestra della capanna. «Vieni in casa, ti daremo da mangiare».

Le parole dell’orchessa convinsero Pollicione e così entrò. La capanna era vecchia e spoglia. C’erano tre sedie, un tavolo con dei buchi e una piccola misera candela che cercava malamente d’illuminare la stanza.

In un angolo, seduta per terra, Pollicione notò un’orchetta piccola.

«E lei chi è?»

«La nostra figliola, Gula» spiegò l’orco.

«Dai su, siediti», disse l’orchessa. «Questa sera siamo fortunati ad averti con noi. Purtroppo la cena non è molta ma la potremo dividere».

Dopo aver bevuto un bel bicchiere d’acqua Pollicione si sentì meglio e si sedette a mangiare. Dopo tutto stava morendo di fame, e avrebbe mangiato qualsiasi cosa, anche la gamba di un tavolo.

«Ecco a te».

La moglie dell’orco pose un piatto sotto gli occhi di Pollicione. Era sbeccato e un po’ sporco, e al centro c’era un pezzo di patata bollita.

«Questa sarebbe la cena?» chiese Pollicione.

«Mi spiace, è tutto quello che abbiamo. Posso darti anche la mia parte, sai?» disse l’orchessa. La stessa cosa fecero il papà orco e Gula. Tutti si privarono del loro pezzo di patata per darla a Pollicione.

«Ieri» disse l’orco «qualche anima buona ha gettato del pane, focaccine e altro cibo per terra. È stata una benedizione. Lo abbiamo mangiato tutto. Erano anni che non mangiavamo così!»

Pollicione aveva una mezza idea su chi fosse stato a gettare quel cibo, ma non disse nulla a riguardo. Volle però protestare lo stesso.

«Ma ieri è ieri, e oggi è oggi. Voi dovete mangiare», ribatté Pollicione.

«L’importante è stare insieme, noi mangeremo domani» disse Gula.

Pollicione non era abituato a una tale premura nei suoi confronti. Di solito nessuno voleva stare con lui e dividere il cibo. Divorò la patata in un sol boccone e passò tutta la serata ad ascoltare le storie dell’orchessa e di Gula e di come l’orco una volta aveva sconfitto i briganti. Al momento di andare a dormire non era per nulla stanco, anzi, sarebbe rimasto volentieri a divertirsi con gli orchi.

Il mattino dopo quando Pollicione si svegliò, si sentì debole, eppure non ricordava di essere mai stato così felice. Gula gli chiese se aveva dormito bene.

«Benissimo! Solo che ho fame. Quanto vorrei mangiare qualcosa…»

La moglie dell’orco rispose che si era svegliata molto presto quella mattina e aveva trovato delle bacche, ne aveva prese tantissime tutte per Pollicione.

«Quanta gentilezza», pensò. Mangiò tutto con le lacrime agli occhi e proprio in quel momento si ricordò che il giorno prima aveva nascosto tre panieri pieni di cibo nel tronco di un albero.

«Che sciocco che sono!» disse picchiandosi la fronte «me n’ero completamente dimenticato».

Pollicione volle uscire subito per andare a cercare il cibo.

«Troppo pericoloso» disse l’orco. «C’è in giro una banda di briganti e se ti trovassero nella foresta potresti fare una brutta fine. Andrò io».

A metà mattina Pollicione sgattaiolò fuori dalla porta senza farsi vedere. Voleva raggiungere l’orco per aiutarlo ma in un batter d’occhio si cacciò nei guai. I briganti avevano trovato l’orco con in mano i tre panieri, e gli avevano sbarrato la strada. Aveva tre coltelli puntati alla gola.

Pollicione, nascosto dietro un albero, vide quella scena allora uscì allo scoperto per distrarre i briganti.

«Aiuto, aiuto, l’orco mi ha rapito, vi prego, salvatemi!»

I briganti non credettero ai loro occhi.

«Quel bambino è Pollicione! Tutta la contea lo sta cercando. Cento monete d’oro per chi ti riporta sano e salvo alla reggia e altre cento per chi uccide il tuo rapitore!»

I briganti sgozzarono l’orco all’istante e riportarono il bambino nel suo castello.

Pollicione era disperato: aveva fatto uccidere l’orco, aveva sprecato il cibo, e aveva perso l’affetto della famiglia degli orchi. L’unica felicità che avesse mai incontrato nella sua vita era svanita per sempre.

Quella sera, dopo aver cenato da solo e  senza genitori come ogni volta, tornò nella sua camera e si sdraiò a letto. Non riusciva a dormire e allora andò nelle cucine dove trovò una piccola porticina aperta. Non l’aveva mai notata prima d’ora.

Entrò piano piano e trovò un piccolo tavolino sopra il quale c’era una pentola d’oro scintillante. Era una pentola magica, bastava versarci dentro un po’ d’acqua ed esprimere un desiderio. In quel momento si ricordò che una volta una cuoca gli aveva narrato di una pentola d’oro ma pensava fosse una storiella inventata.

«Tentar non nuoce» si disse, e così prese un mestolo e versò dentro dell’acqua. Nello stesso momento desiderò fortissimamente che l’orco fosse ancora vivo, e che lui stesso si trasformasse in un orco così da poter vivere con loro. Mai più avrebbe buttato via un panino per terra, e mai più avrebbe voluto rimanere solo o mentire agli altri.

Stare insieme e volersi bene era la cosa che desiderava più al mondo. E al diavolo le ricchezze e gli agi, se poteva essere felice con loro era disposto a rinunciare a tutto.

Pollicione versò un altro mestolo colmo d’acqua e raggiunse di corsa la capanna degli orchi. Quando aprì la porta della casetta l’orco, l’orchessa e Gula erano lì pronti ad abbracciare Pollicione, che magicamente si era trasformato in un orco, e finì col vivere insieme a loro una vita lunga e felice.

 

 

 


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